Lavori Tradizionali
Gli erbivendoli
Lu mari e cori, Lu sanzicu d'Ascianu mena ardori, Lu mari e Nella, la casa è basscia e la patrona è bella In questo stornello di campagna tratto dai Canti Popolari in SUPERSTIZIONI PREGIUDIZI IN TERRA D'OTRANTO di Giuseppe Gigli il secondo verso cita Lu sanzicu d'Ascianu che mena ardori. "Lu sanzicu", che corrisponde in lingua italiana alla maggiorana, è un'erba aromatica che in passato cresceva spontanea e abbondante alla periferia del paese, ma veniva pure coltivata nei campi per soddisfazione personale. Essa era venduta da alcuni contadini che nei periodi di raccolta dei prodotti agricoli e di erbe mangerecce agresti s'improvvisavano erbivendoli ambulanti. Erano, però, soprattutto i giornalieri quasi sempre disoccupati e i braccianti di costituzione fisica gracile, gli ammalati e i disabili che, non potendo essere assunti nei lavori dei campi, per condurre avanti l'esistenza, si dedicavano alla spigolatura, alla sbrattu, a raccogliere e a vendere quello che la terra produceva spontaneamente. La storia non ricorda gli umili che restano massa anonima, a meno che qualcuno di essi non emerga per qualche circostanza; a volte, tuttavia, accade che una persona resti nella memoria del popolo e venga menzionata spesso nei discorsi. Ancora oggi chi commercia insalate, cipolline e funghi di terreni non coltivati viene accomunato a un certo Cataldo o, meno comunemente, a un tal Vito Nicola, le cui immagini restano nei motti o nelle espressioni proverbiali che rievocano tempi lontani, ma sereni in contrasto con la vita stressante attuale. Noi ci siamo chiesti chi fossero e per quale motivo vengano citati, ma abbiamo ricevuto solo risposte vaghe. Vissuti nel secolo XIX, sia pure in periodi diversi, essi integravano il lavoro dei contadini con la raccolta e lo smercio di verdure selvatiche commestibili e dei frutti del proprio podere. Anche le donne talvolta si dedicavano a quest'attività. A differenza degli uomini che si aggiravano anche per le vie del borgo, facendo sentire la loro presenza con il grido di richiamo, esse attendevano ferme e in silenzio presso un angolo o uno slargo per offrire la loro mercanzia ai passanti. Si perde in tempi lontani, e non sappiamo fino a che punto bisogna prestarle fede, la storia di un altro antenato.
Domenico, questo il suo nome, era considerato uno sfaticato. Egli, invero, essendo benestante, amava trascorrere le giornate oziando in casa e in piazza o a cercare in luoghi non coltivati piante e frutti asculenti che nascevano e crescevano liberamente e che non di rado offriva ai suoi paesani in cambio di monete o di altri generi alimentari. I campagnoli che gli avevano affidato i nomignoli di funcjaru, fujaru, erbaiuolo e soprattutto di culummaru (uomo che ha poca volontà di lavorare) venivano ricambiati con l'epiteto di servi (servi del padrone e servi di Mammona). Servi di Mammona, perché ossessionati dall'angoscia di non poter guadagnare il necessario per vivere e dalla cupidigia di arruffare, accumulare per il miraggio di un futuro diverso; perché rosi dall'astio per le tribolazioni quotidiane e dall'invidia verso i padroni a cui avrebbero voluto sottrarre le terre; perché, aspirando dal poco il molto, non accettavano di buon grado le condizioni in cui si erano venuti a trovare sulla terra e il modesto miglioramento ammesso dalla Provvidenza divina. In tal modo, non fidandosi del Padre celeste che a tutti pensa, sia pure in misura diversa, secondo i suoi disegni imperscrutabili, per il continuo angustiare se stessi e tribolare gli altri, per l'avarizia del loro animo e la malevolenza verso il prossimo, finivano per pensare solo a servire il denaro e non a servirsene per giuste necessità, ubbidendo così alle leggi di Mammona e non a quelle di Dio. Tutto ciò era occasione continua di peccato. I cullummari, conducevano una vita spensierata, erano più rispettosi dei precetti evangelici. Essi applicavano nella vita le massime bibliche che invitavano gli uomini ad avere fiducia in Dio per quanto riguarda i bisogni quotidiani e a non affannarsi per non cadere nel peccato. Per questo il Signore predilige i "cullumari" in vita, ai quali spesso offre buone occasioni, come dice il proverbio ALLI CULUMMARI CRISTU LI RROSTI LU PESCI!.
A prova di ciò Domenico raccontava un aneddoto non più ricordato dalle nuove generazioni. Morto un "culummaru", la sua anima era giunta alle porte del paradiso; S. Pietro, che ne era il custode, l'aveva respinta dicendo che alla gloria celeste non erano ammessi gli spiriti inattivi. Presentatasi al Purgatorio, l'angelo che presiedeva, non volle accettarla inviandola all'Inferno. Il Diavolo, contento di ricevere un'altra anima, con sogghigno l'aveva afferrata e gettata con poco riguardo nel fuoco. A contatto con il calore della fiamma l'anima, sentendosi ristorata, esclamò Ah, ddifrisci ti Diu! Il Diavolo, nel sentire pronunziare quella frase, imbestialito, urlando e imprecando la cacciò via, dicendo che l'inferno era un luogo di tormento e di stridore di denti e non di refrigerio. Presentatasi pertanto di nuovo davanti a S. Pietro, quella volta fu ammessa in Paradiso.
