Opere pittoriche di fine Cinque e primi Seicento
Fabrizio Santafede e Giovan Bernardino Azzolino
Secondo Gianni Jacovelli le esperienze artistiche, e segnatamente quelle architettoniche, del '500 a Manduria possono suddividersi tra la prima metà del secolo, ancora influenzata da persistenze stilistiche tardogotiche ad esempio il portale della chiesa collegiata ultimato nel 1532 da Raimondo da Francavilla e il fonte battesimale (1534) nella stessa Collegiata forse dello stesso Raimondo e la seconda metà che vede il «consolidarsi delle fortune economiche, del potere politico-amministrativo, della conformazione sociale» del ceto medio che provoca un aggiornamento cul-turale prossimo al manierismo italiano ed europeo non esente dalle influenze della tradizione locale4. Nel campo della produzione pittorica, non diversamente da altri territori della Puglia, dove il gusto artistico oscillava tra la perdurante, attardata cultura figurativa di derivazione bizantina e l'apertura alla cultura tardomanierista, grazie all'importazione di opere provenienti dal Veneto e da Napoli, capitale del Viceregno, anche a Manduria si registra, all'inizio del penultimo decennio del Cinquecento, un episodio non irrilevante della rinnovata adesione a modelli stilistici correnti. Si tratta del polittico della Madonna del Suffragio e i SS. Antonio e Francesco d'Assisi e il committente, appartenente alla chiesa francescana di Sant'Antonio ma da diversi anni custodito presso la sede della Sovrintendenza ai Beni storico-artistici di Bari , eseguito ad olio su tavola, dal pittore napoletano Fabrizio Santafede. Il polittico della chiesa manduriana segna, attorno al nono decennio del secolo decimosesto, la svolta stilistica di Santafede verso il naturalismo «riformato», testimoniato in Puglia anche dalla pala della Madonna del Rosario della chiesa di San Domenico a Mola. Come si apprende nel referto del Filangieri, tratto dall'atto del 11 maggio 1580, il doratore Giovann'Antonio Mellone s'impegnava con Francesco Antonio Barberio da Casalnuovo, in Terra d'Otranto, per ornare la cona «conforme ad una mostra ch'esso have fatta e se conserva presso lo magnifico Fabritio Santafede pittore». Il soggetto con i due santi Francesco e Antonio, come ha osservato giustamente la Barbone Pugliese, va strettamente collegato ai due nomi del committente, ritratto direttamente nella bottega del Santa-fede, presumibilmente durante uno dei suoi possibili soggiorni napoletani. Le Storie della vita della Vergine, che dovevano comporre la predella del polittico attestano la stretta frequentazione della bottega di Marco Pino: la Visitazione e la Natività della Vergine derivano da opere del maestro senese, la prima in controparte e la seconda da un particolare della Madonna del Rosario della chiesa di San Domenico a Bagnoli Irpino; al manierismo romano di un Federico Zuccari invece s'ispira la Presentazione di Gesù al Tempio. Tutte e tre le opere furono divulgate dalle incisioni che ne fece Cornelis Corttrail 1567 e il 1568. Una tavoletta collocata nella stessa chiesa di Sant'Antonio raffigurante Cristo Redentore, sebbene in cattivo stato di conservazione, per i modi stilistici e per le notevoli qualità pittoriche si direbbe porsi al di fuori della produzione artistica locale. Vi si osservano una impostazione manierista e una stesura cromatica delicata che rende plastica la tunica attraverso gli accostamenti tonali delle pennellate, ora più scure ora rischiarate dai tocchi di bianco, che farebbero pensare a una cultura meridionale latamente portatrice di influssi veneri, forse da riconoscere come opera santafediana. Se si tiene conto delle contenute dimensioni, della tecnica su tavola e del medesimo luogo di collocazione si potrebbe avanzare cautamente l'ipotesi che la rappresentazione del Redentore potesse far parte originariamente dell'antico retablo della Madonna del Suffragio, i SS. Antonio e Francesco d'Assisi e il committente e storie mariane della vita della Vergine (cat. 028) che, come opportunamente riscontrato dalla Barbone, mancherebbe della cimasa per la quale, tuttavia, la studiosa suggerisce la consueta immagine di un Eterno padre o una Trinità, andata perduta. Varie opere del Santafede sono presenti nel territorio di Terra d'Otranto tra cui una Circoncisione a lui attribuita, desunta da Marco Pino (Napoli, Gesù Vecchio), che si trova nella chiesa di San Domenico a Tarante. E della redazione pinesca troviamo nel patrimonio manduriano una ulteriore copia , già al Rosario ma ora nel museo diocesano di Oria, dovuta a un artista primoseicentesco la cui firma è stata cancellata dal tempo - che la trasse da una stampa di Cherubino Rinaldi del 1579. Altra opera nota di provenienza napoletana, sebbene già seicentesca, è la Madonna con Bambino e SS. Stefano martire, Carlo Borromeo, Lorenzo martire, Francesco d'Assisi e Benedetto da Norcia Giovan Bernardino Azzolino la eseguì, nel 1621, su commissione di Luca Antonio e Gio Vincenzo de Laurento per la chiesa di San Francesco. Anche l'Azzolino, come il Santafede, fu esponente della tarda maniera "riformata", che tuttavia con lui si apre, non senza mediazioni, alle suggestioni della stagione naturalista del Seicento napoletano. Flavia Ferrante ha presentato Giovan Bernardino Azzolino come un «pittore e scultore tra i più fecondi e longevi della corrente controriformata napoletana»". Nel quadro manduriano invero scarsamente considerato dalla critica sono evidenti le influenze del naturalismo caravaggesco dei primi decenni del secolo XVII; lo si osserva nella luce che si riversa solo sui personaggi raffigurati, stagliati sul fondo scuro, rivelandone i volti e i dettagli delle vesti. Indubbiamente l'opera si presenta prossima alle pale d'altare eseguite a cavallo degli anni Dieci-Venti, come ad esempio il San Carlo Borromeo della Cappella Borrello al Gesù Nuovo di Napoli, dipinto nel 1620. Tra le opere di importazione napoletana, ancora di cultura tardo-manierista, collocherei anche la tela raffigurante la Madonna e il Bambino concedono l'Indulgenza della Porziuncola e consegnano il cordone a S. Francesco d'Assisi alla presenza di S. Antonio, S. Francesco di Paola e S. Diego (cat. F4), posta sul muro dell'arco trionfale della chiesa di San Francesco. Il dipinto, purtroppo in cattive condizioni conservative, a mio avviso rivela una discreta mano, forse accostabile a prodotti delle botteghe napoletane di fine Cinquecento inizi Seicento. Nell'impianto compositivo e nei modi esecutivi, l'opera appare riferibile ad un artista che si muove tra Santafede, Azzolino o Ippolito Borghese; si vedano, per esempio, gli incarnati, le posture eloquenti, la resa delle stoffe, in particolare quelle dei tessuti che vestono gli angeli in gloria, oppure la minuziosa e attenta ricostruzione dell'ostensorio di argento. Il "monogranimista P.C.M.P." Un paio di opere datate ai primi decenni del Seicento dichiarano tutta la loro appartenenza ai linguaggi del secolo precedente. Come è il caso del "Monogrammista P.C.M.P.", forse artista operante in un atelier del territorio, che nel 1607 sigiava e datava unsi Madonna col Bambino e i SS. Battista e Benedetto per le benedettine manduriane. I caratteri della sua cultura evidenziano formule di deriva-zione sicuramente veneta e spunti formali d'ascendenza ro-mana, riferibili a un attardato manierismo che mostra, in area periferica salentina, tutte le sue resistenze a innovativi scarti linguistici. Di un anno più tardi, del 1608, è l'esecuzione della pit-tura murale raffigurante Cristo e la Vergine in trono nella cappella dedicata al nome SS. di Gesù, che Filippo Cordoli aveva fatto erigere nella Collegiata, già nel 1572.
Testi e foto estratti dal libro "Iconografia Sacra a Manduria di Massimo Guastella, foto di Carmine La Fratta" Editore Barbieri.
Hanno partecipato il C.R.S.E.C TA/55, Comune di Manduria, Curia Vescovile e il Ministero per i beni e le attività culturali. stampato in Marzo 2002.